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Infausto tetigere gradu, demissaque in undas
Urna dedit sonitum; longo caput extulit antro
Caeruleus serpens, horrendaque sibila misit.
Effluxere urnae manibus, sanguisque relinquit
Corpus, et attonitos sub'tus tremor occupat artus.
Ille volubilibus squamosos nexibus orbes

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Torquet , et immenso saltu sinuatur in arcus;
Ac media plus parte leves erectus in auras
Despicit omne nemus: tantoque est corpore, quanto,
Si totum spectes, geminas qui separat Arctos.
Nec mora : Phoenicas ( sive illi tela parabant,
Sive fugam, sive ipse timor prohibebat utrumque)

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44. Tantoque est corpore. Tam magnus inqwt erat ille serpens, quantus est is qui inter duas ursas in coelo spectatur. Est autem tantus ut Aluvius esse videatur, ut Virg. scribit.

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Gli sfortunati Tiri che non sanno,
Che quivi il fier serpente ascoso stassi ,
Lieti, e senza sospetto se ne vanno,
E
pongon

dentro glinfelici passi;
Ma risonar la fonte appena fanno
Con l' urna , ch'a tuffar nell'onda dassi,
Che l' ali sibilando il Drago scuote,
E’l collo innalza , e stende più che puote.

Come il romore ode la gente Tira ,
E vede quel Dragon tanto innalzarsi,
Che minaccioso ed empio gli rimira,
E guarda a chi di lor debba avventarsi ,
Dagli estremi del corpo si ritira
Il sangue al core, e lascia i membri sparsi
D'un subito tremor, che tanto abbonda,
Che cadon lor di mano i vasi , e l'onda.

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Mentre tiene il timor ciascun sospeso,
S'han da tentar la fuga , o pur la spada,
Fu dal Dragone un nella testa preso,
Per torgli a un tratto l'una e l'altra strada:
Cadere il lascia poi morto , e disteso
Il mostro , onde ognun fugge, e più non bada :
Vede il Dragon quel, che tal fuga importa,
E corre ratto anch'ei fuor della porta.

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Siccome un fiume, ch'esce dal suo letto
Per troppe pioggie rapido , ed errante,
A ciò che l'impedisce dà di petto,
E schianta , e rompe le più grosse piante:
Tal quel Dragon , pien d'ira, e di dispetto,
Seguendo quei, che gli han volte le piante,
Per forza

apre

le macchie, e rompe, e passa , E chi ceder non vuol schiantato lassa.

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Occupat ; hos morsu , longis complexibus illos;
Hos necat afflatos funesti tabe veneni.
Fecerat exiguas jam Sol altissimus umbras:
Quae mora sit sociis miratur Agenore natus,
Vestigatque viros: tegimen derepta leoni
Pellis erat; telum splendenti lancea ferro,
Et jaculum; teloque animus praestantior omni.

52. Tegimen derepta leoni. Spolium leoninum virtutis est hieroglyphi. cum. Aliarum quoque generosarum animantium exuvias ac pelles , virtutis uta alumnos ac satellites sese ostentantes , antiqui heroes gestabant.

19 Altri uccide co' denti, altri col fiato , Quei straccia l'unghia, e quei trafora il corno. Poichè il crudel serpente ebbe mirato Non aver uom, che non sia morto intorno, Come un'eccelsa torre in piè levato, Cercò con gli occhi tutto quel contorno: E’l può ben far la mostruosa belva, Che vede sotto a lei tutta la selva.

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Ben grande può parer distesa , e'n piede : Che, se vien torta nel suo stato a porse, Non men grande del Drago esser si crede , Che come un fiume in ciel divide l’Orse : Or poi , che il mostro incomparabil vede, Ch'altri non v'è, che possa contraporse , Distese in terrà in vari modi attorti Gli stanchi membri in mezzo a' corpi morti:

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Già nel meridiano era il Sol giunto, Della nuova città, che far si deve , E stando allor nel più supremo punto In quel loco rendea l'ombra più breve ; Quando al lor Re da gran pensier compunto, Pareva l' aspettar nojoso e greve; E stranamente il cor teneangli oppresso, Maraviglia , e timor d'un mal successo.

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Non è

per l'orme loro a seguir tardo Di pelle di leon forte ed ornato: Tien nella destra atto a lanciar un dardo; La spada al fianco ha dal sinistro lato : La manca un cerro tien grosso e gagliardo , Ch'uno estremo ha d'acciar lucido armato: Ha il cor poi si magnanimo e preclaro , Che più d'ogni aime val, più d'ogni acciaro.

Ut nemus intravit, letataque corpora vidit, 55
Victoremque supra spatiosi corporis hostem
Tristia sanguined lambentem vulnera lingua ;
Aut ultor vestrae , fidissima corpora , mortis ,
Aut comes , inquit , ero. Dicit , dextrâque molarem
Sustulit, et magnum magno conamine misit

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Ilius impulsu cum turribus ardua celsis
Moenia mota forent: serpens sine vulnere mansit;
Loricaeque modo squamis defensus , et atrae
Duritia pellis, validos cute reppulit ictus.
At non duritid jaculum quoque vicit eadem, 65
Quod medio lentae fixum curvamine spinae
Constitit , et toto descendit in ilia ferro.
Ille dolore ferox caput in sua terga retorsit,
Vulneraque adspexit, fixumque hastile momordit.
Idque , ubi vi multă partem labefecit in omnem, 70
Vir tergo eripuit: ferrum tamen ossibus haesit.

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55. Lelata. Leto data , mortua. Vocabulum vetus.

59. Molarem. Antiqui Heroës consumtis gladiis finguntur ad grandia confugere saxa , quibus hostem obterebant. Id quod ubique in Homero.

65. Vicit. Repulit. Tunc enim jacula vinci dicuntur, cum repelluntur. 66. Lentae spinac. Flexibilis dorsi.

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