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Insidiaeque, et vis, et amor sceleratus habendi.
Vela dabat ventis, nec adhuc bene noverat illos,
Navita: quaeque diu steterant in montibus altis,
Fluctibus ignotis insultavére carinae.
Communemque prius, ceu lumina solis, et auras, 135
Cautus humum longo signavit limite mensor.
Nec tantum segetes, alimentaque debita, dives
Poscebatur humus; sed itum est in viscera terrae,
Quasque recondiderat, Stygiisque admoverat umbris
Effodiuntur opes, irritamenta malorum,

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138. Itum est in viscera terrae. Video , inquit Sen. 7. lib. Benef. cap. 10. ferrum ex üsdem tenebris prolatum , quibus argentum et aurum : ne aut instrumentum in caedes mutuas decsset , aut precium. Lege ipsius Epist. 94. et Plin. praefat. Imus in viscera ejus etc.

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Un cieco e vano amor d'onori e regni Gli uomini indusse a diventar tiranni : Fer le ricchezze i già svegliati ingegni Darsi ai furti, alle forze ed agl' inganni , Agli omicidi, ed a mill'atti indegni, Ed a tante dell'uom ruine, e danni, Che per ostare in parte a tanti mali S'introdusser le leggi, e i tribunali :

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Ma quei ciechi desir non furo spenti ,
Ch'erano già negli uomini caduti.
Diè l'avaro nocchier la vela a' venti,
Prima che ben gli avesse conosciuti.
Gli alberi eccelsi ne' monti eminenti
Per forza degli artefici abbattuti,
E ridotti altri in asse, ed altri in travi,
Si fer fuste, galee, caracche e navi;

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Nè fur molto securi i naviganti,
Ch'oltre l'orgoglio de’ venti e de' mari
Molti uomini importuni ed arroganti ,
Su varj legni diventar corsari.
La terra , già comune agli abitanti ,
Come son l'aure, e i bei raggi solari,
Fu fatta in mille parti , e posto il

segno Fra cittade e città, fra regno e regno.

34 Nè l'uom contento dalla ricca terra Trar le biade , e le sue più care cose, Andando quanto più potea sotterra Cercò s'aveva altre ricchezze ascose; E ritrovovvi il nervo della guerra, E dell'arme più dure e perigliose, lo dico il crudo ferro e micidiale , E l' oro più , che 'l ferro, empio e mortale.

Jamque nocens ferrum, ferroque nocentius aurum
Prodierat: prodit bellum, quod pugnat utroque;
Sanguineđque manu crepitantia concutit arma.
Vivitur ex rapto: non hospes ab hospite tutus,
Non socer a genero: fratrum quoque gratia rara est:
Imminet exitio vir conjugis, illa mariti: 146
Lurida terribiles miscent aconita noyercae:

142. Quod pugnat utroque. Quis non audivit Philippi Macedonis arma victricia ágyupèas ao7 xas, et asinum auro onustum: Graeciam auro ejus non ferro subactam?

146. Imminet exilio vir conjugis. Quae mulieres suos viros , et contra , qui viri suas mulieres necaverint. Hygin. Fab.ccxl. et ccxli.

147. Lurida terribiles miscent. Ab effectu Juven. 1. Sat. Nigros esserre maritos, veneno scilicet cxtinctos.

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Scorta , che fu la più ricca miniera ,
E quel metallo poi purgato e netto,
Se n'invaghiro gli uomini in maniera,
Che

per lui fero ogni crudele effetto.
Di'tu tant'empie cose, empia Megera ,
Falsa Erinni, Tesifone, ed Aletto,
Voi tutte Furie del

regno

di Dite, Voi, che le ritrovaste , voi le dite.

36 Va il ricco peregrino al suo viaggio, Ecco un ladro il saluta , il bacia e ride : E fingendo amistà, patria, e lignaggio, L'invita seco a cena , e poi l'uccide. Il cittadin più cortese, che saggio, Alberga con amor persone infide, Che scannan poi per rubarlo nel letto Lui, che con tanto amor diè lor ricetto.

37 Vede il genero , grave esser il seno Della moglier, che sarà tošto madre, E dando al ricco socero il veleno, Toglie alla fida moglie il caro padre. Un altro, la cui figlia il ventre ha pieno, Con le sue mani insidiose e ladre, Dando al genero ricco occulta morte, Fa pianger alla figlia il suo consorte.

38 Tra fratelli ogni amor si vide estinto Nel partir la paterna

facoltade. Vien dal proprio interesse ognun sì vinto, Che spesso

la dividon con le spade.
La matrigna crudel con viso finto
All'incauto figliastro persuade ,
Che per suo ben l'occulto tosco pigli,
Per veder poi più ricchi i propri figli

Filius ante diem patrios inquirit in annos;
Victa jacet pietas; et virgo caede madentes
Ultima coelestum terras Astraea reliquit.

Neve foret terris securior arduus aether,

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150. Astraea reliquit. Astraei filia: cur virgo fingatur , et graphicam Justitiae imaginem gerat, vide apud A. Gell. lib. 14.c. 4.

FAB. V. Arg. Neve foret terris. Gigantes immensae molis et similes matri filios terra produxit, quorum magnitudini par exarsit audacia. Nam extructis in excelsum aggerem montibus,: sacrilegas manus injecere coelestibus. Sed fulmine dejecti , impium genus poenae suae cruore genera. runt. Nam sanguis eorum permixtus terrae , homines procreavit haud longe ab origine discrepantes.

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