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159 Poi le toglie il parlar grato e giocondo , Perchè non possa altrui mover col dire : Un minaccevol suono , ed iracondo Dal roco gozzo suo si sente uscire; L'unghia s'aguzza alla forma del tondo, E si rende atta a graffiare, e ferire, Curvar prima la mano , e poi si vede L'ufficio far del faticoso piede.

160 Quel sì leggiadro e grazioso aspetto, Che piacque tanto al gran rettor del cielo , Divenne un fero e spaventoso obbietto Agli occhi altrui sotto odioso velo; L'umana mente solo, e l' intelletto Servò sotto l'irsuto e rozzo pelo; Questa , ch' in ogni parte Orsa divenne, L'antica mente sua sola ritenne.

161 Se Giove ingrato ben chiamar non puote, Jograto dentro all'animo il comprende, E se non può con le dolenti noie, Quelle mani che puote al ciel distende; E in tutti gli atti suoi par,

che dinote Che tutto il mal ch'ella ha, da lui dipende :

lui il volto, l'onor suo perduto , E che appartenga a lui di darle ajuto.

Ch’ha per

162

O
quante

volte sola dubitando
Gir per le selve come l'altre sere,
Sen giva intorno alle sue cose errando,
Ovver per mezzo a qualche suo podere ,
Dei propri noti suoi frutti mangiando
Pruni, mele, castagne, noci , e pere;
Cli’ancor conosce che fal mal colui,
Che del suo puote , e vuol mangiar l'altrui.

Assiduoque suos gemitu testata dolores,
Qualescunque manus ad caelum et sidera tollit :
Ingratumque Jovem, nequeat cum dicere, sentit.
Ah quoties, sola non ausa quiescere silvri,
Anté domum , quondamque suis erravit in agris! 4.90
Ah quoties per saxa canum latratibus actă est!
Venatrixque metu venantım territa fugit!

163

O quante , e quante volte l'infelice,
Scordatasi , ch'avea cangiata faccia,
Fuggì tai fiere , ch' agli Orsi disdice,
Se non cercan di lor seguir la traccia;
Quante volte l'afflitta cacciatrice ,
Dai cani, e cacciatori ebbe la caccia :
Se vide i lupi, ebbe paura d' essi ,
Ancorchè il padre in loro ascoso stessi.

164
Fugge gli orsi essendo orsa, e amor la sforza
Fuggirsi al proprio albergo, o lì vicino.
Misera dove vai? ragione, e forza
Ti toglie il tuo per l'empio tuo destino;
Non può la mente tua sotto tal scorza
Tenerne più possesso, nè domino :
Che la legge del mondo nol comporta :
Che sei fatta una fera, e t'ha per morta.

165
Quanto infelice sei , se ben ci pensi,
Tu vergine , e compagna di Diana ,
Sei per sfogar gli altrui sfrenati sensi,
Dal suo tempio fatt

' esule , e profana
Quanti uomini hai col tuo bel viso accensi :
Ed or non hai

pur

la sembianza umana; Tu vedi il tuo bel regno, e 'l tuo potere Nè 'l puoi più dominar , nè possedere.

166 Giovane, e nobil nelle cacce altera Ferir osasti ogni animal feroce ;

che sei si valorosa fera , Ogni vile animal ti caccia e noce; Deh mostra lor la faccia orrenda. e fera , Fa’loro udir la tua tremenda voce: Le forze , il morso, e l'unghie tue son tali, Che non hai da temer gli altri animali.

Ed or,

Saepe feris latuit visis ; oblita quid esset :
Ursaque cospectos in montibus horruit ursos:
Pertimuitque lupos; quamvis pater esset in illis. 495

Ecce Lycaöniae proles ignara parenti
Arcas adest, ter quinque ferè natalibus actis.
Dumque feras sequitur, dum saltus eligit aptos ,
Nexilibusque plagis silvas Erymanthidas ambit;

495. Pater esset in illis. Lycaonem enim Callistonis patrem in lupum fuisse conversum , lib. 1. narravit poëta.

499. Erymanthidas. Arcadicas. Erymanthus quippe Arcadiae mons est, apro ab Hercule caeso celebris.

167
O sfortunata , abbandonata e priva
D'ogni commercio, perchè fuggi gli Orsi?
Della lor specie sei , lor non sei schiva,
Non dei temere i lor graffi, i lor morsi,
Quanto meglio saria non esser viva,
Ch’ad animal sì brutto sottoporsi :
Pur per men mal , d'andar con loro eleggi ,
E i lor costumi impara , e le lor leggi.

168

Figlia del re d'Arcadia, che potevi
Fra tanti Regi eleggerti un consorte
Ahi, quanto , quanto credo , che t'aggrevi
Sopporti a un animal di sì vil sorte :
Fallo , scontenta , fa che farlo devi,
Mentre non ha di te pietà la morte :
Per l'uom deforme sei stuprata e fella ,
Ma gli Orsi almen t'avran per buona, e bella.

169
lo
veggo,

io

veggo ben come tu piagni Levata in piè , stendendo al ciel le braccia; Col batter zampa a zampa anco accompagni Il suon, che'l

gozzo rauco fuor discaccia;
Oimè , non ti graffiar , vedi che bagni
Del sangue tuo la tua ferina faccia :
Che l'unghia è troppo aguzza , e fora , e fende:
Quella solo usar dei, s'altri t' offende.

170
Arcade , il figlio che già fe Calisto,
(Così avea nome) del Rettor superno
Fra le stagion dell’anno avea già visto
Quindici volte esser signore il verno;
E l’Orsa in quello stato infame e tristo
Avea vagato il bel regno paterno,
Insidiata , e piena d'ogni male,
Senza tor compagnia d'altro animale.

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