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207

Fer sì la nobiltà, gli anni, e il valore,
Ch' ebber contesa della precedenza,
Ch' esser questo di quel volea maggiore,
Ciascun per la celeste discendenza ;
E stavansi nei punti dell'onore

Che ne fu gran querela, e differenza,
Perchè Fetonte il bel figliuol del Sole,
Disse un dì molto altier queste parole;

208

Qual più chiara progenie può trovarsi
Di quella, che dal Sol chiaro discende?
E, se qualch' una illustre osa chiamarsi,
Tanto illustre più fia, quanto più splende:
Non so chi possa al mio padre agguagliarsi,
Che vien da Giove: e sì gran lume rende,
Che, s'ei ponesse alla sua luce il velo,
Faria steril la terra, oscuro il cielo.

209

Non potè più patir quell'altro altiero
Figliuol di Giove, e d'Inaco Nepote:
E disse a lui tutto alterato, e fiero
Con queste acerbe, ed orgogliose note:
Come sai tu di questa istoria il vero?
Chi far del tuo parlar fede ci puote?
Qual ragion, qual certezza a dir ti muove,
Che tu sia figlio al Sol, nepote a Giove?

210

Io ben con gran ragion posso vantarmi
D'esser nato di quel, che regge il tutto,
E di questo fan fede i tempj, e i marmi,
Ch'alla mia madre son sacri per tutto:
Ma tu per qual segnal puoi dimostrarmi,
Che tanto illustre Dio t'abbia produtto?
E quando ancor di ciò dessi alcun segno,
Ti terrei forse ugual, ma non più degno.
Metamorfosi Vol. I.

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Dixit, et implicuit materno brachia collo,

Perque suum, Meropisque caput, taedasque sororum, Traderet oravit veri sibi signa parentis.

764

per

211

Tu mostri ben poco sano discorso,
Poichè ogni cosa alla tua madre credi:
Pon l'innanzi alla tua lingua il morso,
Fin che maggior chiarezza non ne vedi :
Fetonte allor cosi sbattuto, e morso
Subito mosse i suoi veloci piedi,
E ver la madre Climene andò ratto,
Per ritrovar il ver di questo fatto.

212

Tosto la madre sua trova Fetonte

Spinto da quel pensier, ch'entro il consuma;
E prima, che il suo obbrobrio le racconte,
Più volte fra se stesso il volve, e ruma:
Madre mia, disse poi, non ho più fronte
Farmi figliuol di quel, che il mondo alluma ;
Poichè non posso indubitata fede

Farne a ciascun, che 'l nega, e non mel crede. 213

E qui le raccontò tutto l'oltraggio,
Ch'intorno a questo gli era stato opposto,
E che per non poter del suo lingnaggio
Dar segno alcuno, non avea risposto:
E, s'ella a lui non ne dava alcun saggio,
Saria sempre a tal biasmo sottoposto :
E saria sempre astretto di star cheto,
Per non poterlo ributtare indietro.

214

Or, se gli è ver, che di stirpe celeste
Dal gran Pianeta, che distingue l'ore,
lo tragga questa mia corporea veste,
A cui l'alma dà legge in mezzo al core;
Se felice Imeneo le nozze appreste
Delle sorelle tue con ogni onore;
Dammi quei segni, che figliuol mi fanno
Di chi col suo cammin pon meta all'anno.

Ambiguum est Clymene precibus Phaëthontis, an ird
Mota magis dicti sibi criminis ; utraque caelo
Brachia porrexit; spectansque ad lumina solis,
Per jubar hoc, inquit, radiis insigne coruscis,
Nate, tibi juro, quod nos auditque, videtque; 769
Hoc te, quem spectas; hoc te, qui temperat orbem,
Sole satum: si ficta loquor, neget ipse videndum
Se mihi, sitque oculis lux ista novissima nostris.
Nec longus patrios labor est tibi nosse penates :
Unde oritur, terrae domus est contermina nostrae. 774
Si modo fert animus, gradere, et scitabere ab ipso.
Emicat extemplo laetus post talia matris

Dicta suae Phaethon; et concipit aethera mente.

215

Non sò, chi nella donna abbia più forza, O il priego di Fetonte, o la grand'ira, Che l'un, e l'altra a risponder la sforza Quel, che il temprato suo furor l' ispira. O figliuol (disse) ogni sospetto ammorza Che sopra ciò t'affligge, e ti martira; Che all' esser tuo vital diede la luce gran Rettor della superna luce.

II

216

E distendendo al cielo ambe le braccia,
Per fuggir tanta infamia, e tanto scorno;
Disse: sei figlio a quella allegra faccia,
Che con bel variar dà luce al giorno;
A quel splendor che le tenebre scaccia
Per tutto, ove apparisce intorno intorno;
A quel, ch'apporta a questa nostra sfera
Estate, autunno, verno, e primavera.
217

Ti cinse l'alma di corporee fasce
Quel, ch'or le luci abbaglia ad ambedue,
Quel Dio che sempre muore, e sempre nasce,
Quel che sorgendo a noi tramonta altrui,
Quel che convien, che trasportar si lasce
Contra il suo fin da chi può più di lui;
E se di quel bel Sol figliuol non sei,
S'oscuri oggi per sempre agli occhi miei.
218

Ma, perchè meglio in questo ti contenti,
È ben, che da lui proprio te ne vadi;
E che il tuo desiderio gli appresenti
Di quel segnal, che par, che si t'aggradi;
Pur che il lungo cammin non ti spaventi,
Che si scosta da noi novanta gradi.
Fetonte a ciò s' attien con buon coraggio,
E stima poco un sì lungo viaggio.

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