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Avea molto che dir Mercurio intorno
A quel , che a Pane in questo amore occorse,
Il qual di pino, e di corona adorno,
In van pregolla , in van dietro le corse :
E come corso avrian tutto quel giorno,
Se non, che un fiume a lor venne ad opporse,
Che 'l Ladon fiume il correre impedio
Alla gelata Ninfa, al caldo Dio.

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Laddove giunta pregò le sorelle ,
Che volesser salvarla in alcun modo :
E s'appreser le piante tenerelle
Al terren paludoso , e poco sodo ,
Che tutte l'ossa sue si fer cannelle,
Ch'ogni giuntura sua si fece nodo ,
Che gran foglie si fer le vesti tosto ,
E tutto il corpo suo tenner nascosto.

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E che correndo Pane in abbandono
Pensò tenerla, e sfogar la sua voglia :
E che prese una canna ,

donde un tuono
Flebile uscia , come d'uom che si doglia;
Che mentre ella spirò, rendè quel suono
Il vento mosso in quella cava spoglia :
E come Pan da tal dolcezza preso,
Disse : in van non avrò tal suono inteso.

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E di non pari calami compose
Con cera aggiunti il flebile istrumento,
A cui poscia Siringa nome pose
Dal nome suo, da quel dolce lamento.
Dovea dir queste con molte altre cose
Mercurio intorno a questo cambiamento;
Ma, perchè già tutte le luci chiuse
In Argo scorse, il suo parlar conchiuse.

Nec mora: falcato nutantem vulnerat ense,
Qua collo est confine caput, saxoque cruentum
Dejicit, et maculat praeruptam sanguine rupem, 719
Arge, jaces; quodque in tot lumina lumen habebas,
Extinctum est, centumque oculos nox occupat una.
Excipit hos, volucrisque suae Saturnia pennis
Collocat , et gemmis caudam stellantibus implet.

Protinus exarsit, nec tempora distulit irae:

.:18. Qua collo confine. Quà caput conjungitur cum collo.

720. Arge jaces. Virg. 10. Æn. Istic nunc, metuende jace. Hon. Iliad. % et v. 386.

Κέιται παρ νήεσσι νέκυ άκλαυσος, αδειπ7ος, Hétporn.os, et alibi. De iis, qui ferro pereunt, qui non sua morte defunguntur. Cui contrarium stare, incolumem esse. Virgil. 2. Eneid.

Dum stabat regno incolumis.

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suono, e fa fätellä

195 Dalla sampogna

il Dalla sua lingua subito disgiugne. Con maggior sonno poi gli occhi suggella, Che con la verga sua toccando aggiugne; Sfodra la spada sua lucida e bella , E dove il capo al collo si congiugne , Fere , e tronca la spada empia e superba, E macchia del suo sangue i fiori , e l'erba.

196 Argo tu giaci, e'l gran lume che avevi In tanti lumi, un sol colpo ti fura; Tanti occhi , onde vegghiar sempre solevi , Perpetuo sonno or t'addormenta , e tura , E’l dì, che più d'ognun chiaro vedevi, Una infelice, e tetra notte oscura, Solo una man con tuo gran danno , e scorno T ha tolto i lumi , la vigilia, e'l giorno.

197 Ma la gelosa Dea , che gli occhi a terra Chinava spesso al suo

al suo fido pastore, Quando il vide giacer disteso in terra, E'l

capo tronco senza il suo splendore,
E ch'empia morte quei bei lumi serra ,
I quai soleano assicurarle il core;
Dal morto capo quei cent' occhi svelle,
E fa le penne al suo pavon più belle.

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Empie di gioje la superba coda
Del suo pavone, e gli occhi, che distacca
Dal

capo tronco, ivi gl' imprime, e inchioda,
E con mirabil'arte ve gli attacca.
Tutta arrabbiata poi la lingua snoda :
Dunque, disse , debb’io per questa vacca
Sempre star in sospetto, in pene, e in guai,
E non mi debbo risentir giammai ?

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