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Hinc dissuadet amor; victus pudor esset amore:
Sed leve si munus sociae generisque torique 620
Vacca negaretur; poterat non vacca videri.
Pellice donatà , non protinus exuit omnem
Diva metum , timuitque Jovem, et fuit anxia furti,
Donec Aristoridae servandam tradidit Argo.
Centum luminibus cinctum caput Argus habebat : 625
Inde suis vicibus capiebant bina quietem;
Caetera servabant , atque in statione manebant.
Constiterat quocunque

loco , spectabat ad : Ante oculos , quamvis aversus ,

habebat,

620. Sociae generisque lorique. Nam Iuno et soror esse, et uxor lo. vis fingitur.

623. Anxia furti. Ne Juppiter ad consuetudinem ejus rediret.

624. Argo. Argus universae mundi machinae typus est , cujus caput coeli prae se fert imaginem, oculi stellarum, quae inferiora respiciunt. ergo, si terram capias, non minus ab Argo nocturno, vicibus allernis respicitur, quam a Cyclope diurno, id est, Sole. Si vacca sit, lunam crescentem referunt cornua , nuptaque est Osiridi, cujus cornua pleno orbe coëuntia solem referunt. Utrumque numinum loco Egyptios, Persas, alios coluisse notum est. Alias mythologias quae historiam, quae physicam , nec non mores spectant, habes apud Natal. Comitem lib. 8. cap. 18. Seldenun de Diis Syris ec.

627. In statione manebant. Hoc est, vigilabant. Translatio est a militibus sumpta, qui in statione tunc manere dicuntur, cum diligenter excubias agunt.

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167
Troppo è contro il suo fin, ch'egli si spoglie
D'una vita sì dolce, e sì giojosa.
Ma, se nega alla sua sorella e moglie,
Che sospetto darà sì lieve cosa ?
Amor vuol , ch' ei compiaccia alle sue voglie,
Ma non vuol già la sua moglie ritrosa.
Alfin, per torle allor quel gran sospetto,
Tolse a se stesso il suo maggior diletto.

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168

Così la Dea ben curiosa ottiene
Quel don , che tanto travagliata l'ave:
Nè però tolto quel timor le viene,
Che l'imprime nel cor cura sì

grave:
Anzi tal gelosia nel cor ritiene ,
Che novi inganni, e novi furti pave;
Onde diè il don, che sì l'accora e infesta ,
In guardia ad un ch'avea cent’occhi in testa.

169
Argo avea nome il lucido pastore,
Che le cose vedea per cento porte,
Gli occhi in giro dormian le debite ore,
E due

per

volta avean le luci morte;
Gli altri, spargendo il lor chiaro splendore,
Tra lor divisi sean diverse scorte;
Altri avean l'occhio alla giovenca bella ,
Altri intorno sacean la sentinella.

170
Ovunque il bel pastor la faccia gira,
Ch' ha di sì ricche

gemme

il
capo

adorno, Alla giovenca sua per forza mira, Perch'egli scuopre ancor di dietro il giorno; Nè gli è d'uopo, s'altrove ella s'aggira , ben vederla il

capo attorno: Che , se ben , dietro a lui si parte , o riede, Dinanzi agli occhi suoi sempre la vede.

Voliar per

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Luce sinit pasci : cum sol tellure sub alta est, 630 Claudit, et indigno circumdat vincula collo. Frondibus arbuteis, et amará pascitur herbä; Proque toro, terrae, non semper gramen

habenti Incubat infelix, limosaque flumina potat. Illa etiam supplex Argo cum brachia vellet 635 T'endere , non habuit quae brachia tenderet Argo: Et conata queri , mugitus edidit ore: Pertimuitque sonos, propriaque exterrita voce est. Venit et ad ripas , ubi ludere saepe

solebat, Inachidas ripas. Novaque ut conspexit in undà 640 Cornua, pertimuit; seseque exterrita fugit. Najades ignorant, ignorat et Inachus ipse, Quae sit: at illa patrem sequitur, sequiturque sorores: Èt patitur tangi, seque admirantibus offert.

171 Lascia, che

pasca

il dì l'erbose sponde ,
Che sparte son nel suo bel patrio regno:
Acque fangose, ed erbe amare, e fronde
Le sue vivande sono , e'l suo sostegno;
Ma, come il Sol nell'Ocean si asconde,
Argo le gitta al collo il laccio indegno :
E le sue piume son , dove la serra ,
La non ben sempre strameggiata terra.

172
Talvolta l'infelice apre le braccia
Per abbracciar il suo nuovo custode;
Ma col piede bovin da sè lo scaccia,
Nè man può ritrovar onde l'annode.
Pregar il vuol , che d'ascoltar gli piaccia;
Ma, come il suo muggire orribil ode,
Scorre di quà, di là tutto quel sito,
Fuggendo se medesma, e'l suo muggito.

173
Dove la guida il suo pastor , soggiorna
Pascendo l' erbe fresche e tenerelle ;
Alle paterne rive un dì ritorna
Dove giocar solea con le sorelle :
Ma, come le sue nove altere corna
Mira nell’acque cristalline e belle ,
S'adombra tutta , e si ritira , e mugge,
E mille volte vi si specchia, e fugge.

174
Le Najadi non san che la vitella,
Che vuol giocar con loro e le scompiglia ,
Sia la perduta lor cara sorella :
Ed Inaco non sa , che sia la figlia:
Tutto quel, ch'esse fan, vuol fare anch'ella ,
Dando a tutti di sè gran meraviglia;
Toccar si lascia , e fugge e torna a prova
Come fa il can, ch'l suo patron ritrova.

e

Decerptas senior porrexerat Inachus herbas; 645 Ila manus lambit, patriisque dat oscula palmis , Nec retinet lacrymas : et si modo verba sequantur, Oret opem, nomenque suum, casusque loquatur. Littera pro verbis , quam pes in pulvere duxit, Corporis indicium mutati triste peregit.

650 Memiserum! exclamat pater Inachus:inque gementis Cornibus, et niveae pendens cervice juvencae, Me miserum! ingeminat: tune es quaesita per omnes Nata mihi terras? tu non inventa reperta Luctus eras levior: retices, nec mutua nostris 655

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