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Pensieri di Vittorio Amedeo II intorno all'università.

Nominazione di professori stranieri e nazionali. Nuova costituzione per l'università. Nicolò Pensabene Conservatore. Riformatori. - Loro uffizi. Rettore o Sindaco della università. Solenne apertura della medesima. Cure del Re per attirare a Torino valorosi professori. Ordinamenti riguardanti la religione e il buon costume. - Addizioni alla costituzione dell'università. - Nominazione di altri riformatori e professori. - Mario Agostino Campiani. .

Quando i cieli vogliono salvare dall'ultimo esterminio qualche nazione, fanno sorgere uno di quegli uomini singolari, che coll'ampiezza della loro mente comprendono i bisogni dell'età in cui vivono, e con animo forte e volenteroso si conducono ad operare senza alcun rispetto quanto essi credono possa riuscire a benefizio dell'universale. Tale

appunto fu il glorioso Principe Vittorio Amedeo II. Avvenutosi a tempi, in cui erasi ridesto l'antico desiderio della Francia d'insignorirsi del Piemonte, egli seppe lottare animosamente contro all'avversa fortuna, scuotere l’ontosa influenza dell'imperioso Luigi XIV, e collegandosi alternativamente ora coll'Austria ed or colla Francia, ridonare infine a' suoi popoli la pace, suggellata l'anno 1713 col trattato di Utrecht. Gli stati quindi accresciuti prima dal quinquennale possesso della Sicilia, e poscia dal reame della Sardegna, fornirono al novello Re un più vasto campo, in cui esercitare le forze dell'ingegno che avea grande. E ai nostri bisavi si offerse allora il gradito spettacolo di barbare istituzioni sbandite, di leggi più accomodate all'indole de' tempi, di publici interessi con più sottile accorgimento amministrati, dell'industria favorita, del traffico protetto, e della coltivazione delle campagne notabilmente ravvivata. Ma il pensiero, che pungeva principalmente l'animo del generoso Vittorio Amedeo, era quello di assicurare a' suoi popoli una crescente civiltà col dischiudere loro il fonte delle lettere e delle scienze, oramai disseccatosi nelle infelici vicende dei tempi trascorsi. A questo, oltre il naturale desiderio del vantaggio della nazione, confortavalo massimamente il conoscere, che a mantenere la maestà del principato non bastano le forze esteriori delle armi, se ad esse non si aggiunge la forza interna della opinione publica; e che questa opinione non si può meglio stabilire, che col dar favore alle università, in cui s'insegnino le buone massime favorevoli allo stato. Lo spronavano ancora gli esempi de' gloriosi suoi predecessori Amedeo VIII ed Emmanuele Filiberto, i quali avevano dimostro col fatto, che i più grandi fra i Reali di Savoia erano stati pure i più caldi fautori dello studio generale. E il vedere come i semi de' buoni studi da loro gittati, e poco di poi inariditi non avessero prodotto quel frutto, che potevasene ragionevolmente aspettare, era per lo accorto Sovrano un soggetto di profonda meditazione. Imperciocchè le guerre e le altre publiche calamità, onde furono travagliate le contrade subalpine, non erano, spezialmente dopo i tempi di Emmanuele Filiberto , le sole cagioni, che avessero impedito il fiorire dell'università. La malvagità degli uomini aveva in ciò esercitato un'influenza più grande, che altri possa per avventura immaginare. Per la qual cosa Vittorio Amedeo, dopo di essersi minutamente informato dei sistemi delle più celebri università di Europa (1), giovandosi del consiglio d'uomini riputati, fermò di riordinare gli studi in guisa, che non si avessero più a temere gl’inconvenienti delle passate età.

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(1) V. il vol. 11, cap. ix, p. 156 della presente Storia.

Prima cura del Re fu quella d'invitare con magnifiche promesse i più dotti professori, che allora si sapessero in Italia e fuori. Furono richiesti tra gli altri i due modenesi Francesco Torti e Antonio Vallisnieri, e Nicolò Cirillo napoletano, e il cavaliere Giambatista Verna (1). E fin dall'anno 1716 essendosi recato per diporto in Torino l'illustre maceratese Domenico Lazzarini, professore di eloquenza greca e latina nell'università di Padova, Vittorio Amedeo fecegli offrire la cattedra di eloquenza con larga provvisione (2). Allo stesso modo cercò di avere a' suoi stipendi il celebre Vincenzo Gravina , e il fiorentino Giuseppe Averani, professore di leggi nello studio di Pisa (3). Ma, o fosse amore del natío luogo, che li trattenesse, ovvero la mala opinione, che erasi sparsa dello studio torinese per le straniere contrade, a mal

(1) Tenivelli, Dissertazione sopra lo ristabilimento della R. università di Torino fatta da Vittorio Amedeo Il Re di Sardegna. È stampata a pag. 31 e seg. del tomo I dei Saggi dell'accademia degli Unanimi. Torino, Fea 1793, in-8.° - Ivi erra il Tenivelli annoverando eziandio Lodovico Muratori tra i professori chiamati a Torino dal Re Vittorio Amedeo II. Solamente a' tempi del Re Carlo Emmanuele III fu offerto al Muratori publico uffizio in Torino.

(2) Ecco quanto scriveva il Lazzarini al suo amico Gagliardi: Rex Sardiniae me largissimo stipendio sestertiorum quadraginta , sive ut Graeci dicerent, centum minis, invitavit, ut in suo lyceo eloquentiam profiterer. In officio atque fide erga Venetam Rempublicam sum atque ero. Questo Lazzarini censurò la grammatica dell’Alvaro, e gli fu risposto molto acremente dai Gesuiti. V. FABRONI ,

Vitae Italorum doctrina excellentium, qui saeculis xvil'et xviii floruerunt. Pisis, 1783.

(3) FABRONI, op. cit. vol. il.

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